“Alla 39ª eclisse” (blooper egittologici)

"Alla 39ª eclisse" (blooper egittologici) - Djed Medu

Nel 1980, dopo solo nove anni, uno dei tanti B-movie sulle mummie della Hammer, “Exorcismus – Cleo, la dea dell’amore”, viene riciclato per la realizzazione di un film horror con ben più alte pretese. Come l’originale, “Alla 39ª eclisse” (il titolo in inglese è “The Awakening” = il risveglio) è liberamente ispirato al romanzo di Bram Stoker, “Il gioiello delle sette stelle”, e segue il filone delle possessioni che spopolava negli anni ’70. Per questo, Mike Newell (regista di “Quattro matrimoni e un funerale” e di un Harry Potter) dirige un thriller metafisico che cerca di confermatre il successo dei vari “Esorcista” o “Omen”, ma che appare come qualcosa di già visto.

C’è sempre un archeologo, in questo caso nientepopodimeno che Charlton Heston, che va a scavare in Egitto e risveglia una maledizione che porterà alla distruzione sua e della sua famiglia. Ma, nonostante la mancanza di originalità e qualche castroneria egittologica di troppo, il film è diventato un cult per gli amanti del genere.

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Nel 1961, il professor Matthew Corbeck (Heston) e la sua giovane assistente Jane si recano a Luxor alla ricerca della tomba di una regina egizia dimenticata, Kara, sulla base di vecchi appunti di un viaggiatore olandese del ‘600. Sulle prime, lo scavo nella Valle dei Re (in alto a sinistra. Almeno c’è da apprezzare che il film non sia stato girato con i soliti cartonati dipinti) sembra fallimentare, fino a quando Corbeck, che trascura perfino Anne, la moglie incinta, costringendola alla scomoda vita da campo, si mette a picconare da solo e a caso contro la falesia.

Qualche metro più in alto, cade un sasso e rivela la presenza di un’iscrizione (che c…aso!) che viene tradotta dall’assistente, nonostante la legga al contrario (da sinistra verso destra). Continuando a scavare, viene liberata l’entrata di una tomba che sembrerebbe trovarsi nell’area più meridionale della valle, dove è la tomba di Thutmosi III (KV34).

5Nell’istante stesso in cui la sepoltura viene aperta dopo millenni, Anne è colta dalle doglie. A questo punto, anche senza aver visto “Exorcismus”, lo spettatore capisce come andranno le cose. L’anticamera della tomba è decorata con scene che ricordano molto quelle della QV66 e un’ulteriore porta, ancora sigillata, vede la presenza della regina con il volto scalpellato e il nome Ka-Ra nel cartiglio (che, in caso di damnatio memoriae, non sarebbe stato di certo risparmiato).

L’egittologo decide di aspettare l’indomani per continuare l’esplorazione della struttura, ma, tornato al campo base (che dovrebbe essere la Metropolitan House nell’Assasif, dove risiede la missione polacca), trova la moglie in stato catatonico. Ed eccoci con il solito errore di valutazione delle distanze: Corbeck prendere Anne e la porta in jeep al Cairo dove, da buon marito, la deposita in un ospedale per tornare immediatamente a Luxor. Circa 2500 km nell’arco di una notte…

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L’indomani, l’archeologo è di nuovo sullo scavo, apre anche la seconda porta sigillata e, insieme all’assistente, entra in una tomba di tipo ramesside. In questo esatto momento, la moglie partorisce, ma la bambina non respira e viene dichiarata morta. La camera del tesoro è, come spesso succede con film che parlano d’Egitto, ispirata a quella di Tutankhamon. Molti oggetti sono gli stessi di quelli del corredo della KV62 (quella che si vede in alto a sinistra è chiaramente la barca su piedistallo di alabastro ritrovata da Carter, ma ci sono tanti altri esempi).

Anche sarcofago e maschera funeraria ricordano ciò che ora possiamo ammirare al Museo Egizio del Cairo, pur essendoci una netta caratterizzazione dei tratti facciali femminili (in alto a destra) che verrà spiegata in seguito. All’apertura del sarcofago stesso, la bambina miracolosamente torna a respirare: la possessione è bella che pronta. Infatti, si comincia già a notare un’interesse quasi morboso di Corbeck per la mummia (de gustibus non disputandum est).

Senza aspettare nemmeno un giorno, tutti gli oggetti vengono portati fuori dalla tomba (per dire, Carter impiegò quasi tre mesi per sgomberare solo l’anticamera della tomba di Tut) con l’intenzione di essere spediti verso la capitale. Un ispettore locale cerca di impedire che il sarcofago sia toccato, ma fa una brutta fine rimanendo impiccato e scaraventato sulle rocce dalle funi usate per calare giù dalla falesia il sarcofago.

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Senza più nessuna opposizione, l’intero corredo viene trasferito al Museo del Cairo per l’allestimento di una mostra e il governo egiziano, in segno di riconoscenza per la grande scoperta, dona a Corbeck lo specchio appartenuto a Kara (quello a forma di ankh che potete vedere in alto a sinistra, simile a uno ritrovato nella KV62). Specchio che, 18 anni dopo, passa alla figlia Margaret, ormai maggiorenne e spaventosamente somigliante alla maschera della regina. In tutti questi anni, tante cose sono cambiate. Il professore, in versione barbuta, lavora al British Museum e ha sposato l’assistente perché, giustamente, dopo il trattamento subito in Egitto, Anne lo lascia e va a vivere a New York con la figlia

Intanto, lo stato di conservazione della mummia peggiora improvvisamente, tanto che Matthew cerca di portarla a Londra per il restauro incontrando il parere contrario del curatore del museo, il dott. Khalid, che, però, viene investito da un’auto. Il bello del film è che non si vede quasi mai l’intervento sovrannaturale e ogni strano avvenimento potrebbe sembrare solo un incidente o una proiezione della mente, sulla falsa riga di “Rosemary’s Baby” di Polansky. La mummia arriva al British, proprio come quando, il 26 settembre 1976, il corpo di Ramesse II fu inviato a Parigi per tamponare la proliferazione di funghi che ne stavano distruggendo i tessuti. Probabile che, data la vicinanza temporale, l’avvenimento sia stato preso come spunto dal regista.

L’archeologo è sempre più attratto morbosamente dall’antica regina e vuole che la figlia ne visiti il luogo di sepoltura. Così, i due tornano a vedersi dopo tanto tempo e vanno in Egitto. Nella tomba, Margaret bacia Corbeck ripercorrendo l’incesto che aveva fatto sposare Kara con suo padre. Intanto, una guida locale trova un passaggio segreto premendo le stelle dell’Orsa Maggiore rappresentate sullo stipite dell’entrata alla sala del sarcofago, ma viene trafitto da una trappola a forma di babbuino (Spielberg deve aver visto il film). Sarebbe l’accesso al serdab che, in realtà, è una struttura utilizzata solo nell’Antico Regno per conservare la statua del Ka del defunto.

La stanza contiene il busto sfregiato della regina e la copia esatta del naos porta canopi di Tutankhamon (in alto a destra). Infatti, si vedono chiaramente le quattro dee, Iside, Nefti, Selket e Neith, che abbracciano la cappella in legno dorato. All’interno, ci sono quattro vasi che contengono polmoni, intestino, fegato e cuore (che non era posto nei canopi) di Kara, oltre a un amuleto, il “gioiello delle sette stelle”. Sulle pareti del sacello, una profezia descrive il rituale per far tornare in vita la defunta dopo la 39ª eclissi dalla morte che, in base al C14, viene calcolata al 1800 a.C.

Peccato che quella data corrisponda più o meno alla fine della XII dinastia, contesto completamente diverso da quello rappresentato. Inoltre, la Valle dei Re non era ancora utilizzata.

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Padre e figlia, ormai completamente succubi della volontà di Kara, tornano a Londra portandosi dietro gli oggetti appena scoperti per compiere il rito. L’eclissi designata, infatti, è alle porte con l’Orsa Maggiore che tornerebbe nella stessa posizione di 1800 anni prima. In un momento di lucidità, Corbeck percepisce la malvagità della regina e chiede di distruggere i canopi a Jane che, però, precipita dalla finestra spaventata da Anubi apparso in un’allucinazione.

Quando il posizionamento delle costellazioni sono di nuovo propizie, il rito deve essere compiuto, così il professore s’introduce di notte nel British Museum portando con se tutti gli oggetti necessari e spostando il sarcofago di Kara davanti a una falsa porta (immagine in alto a sinistra. Scena ripresa nel finale di “Belfagor – Il Fantasma del Louvre”). Capisce troppo tardi che lo spirito della regina, in realtà, vuole rubare il corpo della figlia, quindi distrugge invano la mummia prima di morire schiacciato da una statua di una divinità, lasciando via libera alla perfida, e truccata (in alto a destra), entità, pronta dopo millenni a portare il male nel mondo.