Il Ramesseo, tempio funerario di Ramesse II (1279-1213 a.C.), negli ultimi mesi è stato lo scenario di importanti scoperte annunciate ieri dal Ministero del Turismo e delle Antichità. A effettuarle è stata la missione franco-egiziana diretta da Christian Leblanc (CNRS-ASR – responsabile MAFTO) e Hisham Elleithy (SCA – direttore generale CEDAE), che ha evidenziato il rilevante ruolo del santuario, anche dal punto di vista burocratico ed economico, e la lunga frequentazione del sito.

Al di là della funzione religiosa per il culto del faraone, infatti, il Ramesseo aveva un’importanza strategica sulla riva occidentale dell’attuale Luxor. I suoi vasti granai in mattoni crudi erano fondamentali per la conservazione e la ridistribuzione delle derrate alimentari. A riprova di queste attività, sono stati ritrovati edifici amministrativi sul lato ovest del tempio e, soprattutto, nella zona nord, magazzini e cantine per olio d’oliva, miele, grassi animali e vino.

Quest’area è stata riutilizzata in epoche successive come luogo di sepoltura. Come spesso succedeva durante il Terzo Periodo Intermedio (1070-656 a.C.), infatti, sono state ricavate cappelle e tombe all’interno delle mura del tempio, dove la missione ha recuperato resti umani, sarcofagi, vasi canopi, vasi, centinaia di ushabti in faience e altri oggetti dei corredi funebri (foto in alto).

In realtà, la pratica di seppellire i morti in questo sito risale addirittura al Medio Regno (2055-1790 a.C.). A tal proposito, nel corso dell’ultima campagna di scavo, è continuata l’indagine della tomba di un dignitario della XII dinastia, Sehetibra, che era stata scoperta nel 1896 dall’egittologo britannico James Quibell sotto il colonnato nord-ovest del Ramesseo. Tuttavia, di questa sepoltura si erano perse le tracce ed è stata proprio la missione di Leblanc a riscovarla dopo oltre un secolo.
Tuttavia, la scoperta più suggestiva è quella del Per-ankh, la “Casa della Vita”, struttura di 700 m² dove i giovani delle classi sociali più alte imparavano a scrivere il geroglifico e lo ieratico. Gli studenti si esercitavano su cocci di ceramica o scaglie di calcare. Questa istituzione formativa, fortemente connessa al tempio, serviva anche a formare i futuri artigiani reali nel disegno e nella scultura; non a caso, in quest’area sono stati rinvenuti diversi ostraka.

Oltre all’indagine archeologica, la missione franco-egiziana si è impegnata anche nel restauro di alcune strutture del Ramesseo, in particolare la sala ipostila, il sancta sanctorum e il palazzo cerimoniale. La ricostruzione del primo pilone – e si spera non del colosso caduto di Ramesse II, gemello del “Giovane Memnone” oggi al British Museum – è stata invece recentemente affidata a un team coreano.

Fonte: MoTA
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