Vulci, scoperto un unguentario “egizio” in una tomba etrusca

Vulci, scoperto un unguentario "egizio" in una tomba etrusca - Djed Medu

Mi era già capitato di parlare di reperti egizi o egittizzanti scoperti in contesti italiani. Nel 2016, ad esempio, avevo riportato la notizia di due scarabei trovati in una tomba a Vulci (Montalto di Castro, VT), una delle antiche città più importanti dell’Etruria meridionale. Il fenomeno si spiega con il cosiddetto periodo “Orientalizzante” (VIII-VI sec. a.C.), durante il quale ci fu una grande diffusione in tutto il Mediterraneo di materiale proveniente da Egitto, Siria, Cipro, Anatolia e Mesopotamia.

È di pochi giorni fa, invece, l’annuncio del ritrovamento di un unguentario in faience di possibile origine egiziana sempre a Vulci, ma nella vicina Necropoli dell’Osteria, da dove venne fuori un altro scarabeo nel 2013. L’oggetto faceva parte del corredo funebre di una tomba femminile inviolata di inizio VI sec. a.C. (è possibile vedere l’apertura nell’edizione del TGR Lazio del 18 giugno al minuto 9:05). I resti ossei di una giovane donna di 20 anni erano accompagnati da vaghi di collana in ambra, una grande olla chiusa da una coppa greca in stile ionico, e tre buccheri, tra cui un kyathos (attingitoio) e un’oinochoe (brocca da vino).

L’unguentario è invece fatto in faience azzurra e rappresenta una figura androgina accovacciata con una corta parrucca riccioluta, una pelle di leopardo – gialla con puntini neri – legata al collo e un grande contenitore ceramico tra le braccia. Sul vaso si nota il coperchio a forma di rana, di cui però non si è conservata la testa.

Carlo Casi, direttore scientifico dello scavo e della Fondazione Vulci, ha riportato al Messaggero un’ipotesi da lui stesso definita “ardita”. La defunta sarebbe stata un’addetta alla mescita del vino, per la presenza del set da vino e per l’iconografia dell’unguentario che, come vedremo, tuttavia è stata mal interpretata: “Non è un oggetto unico, ma molto raro. È un balsamario in faience, probabilmente egiziano, e rappresenta una figura femminile con la tipica acconciatura e un mantello di pelle maculata, forse di leopardo, allacciato sotto il collo. La donna è accosciata e regge con le gambe un grande vaso, che parrebbe chiuso con un lembo di pelle. Siamo di fronte a un pezzo di grande rarità […] Anche il balsamario, con la chiusura in pelle del vaso rimanda al processo della fermentazione di liquidi (forse la birra) […] Nell’Antico Egitto la birra era molto consumata e per essere prodotta deve subire un lento processo di fermentazione. La chiusura (del balsamario) in pelle serviva a facilitare la fermentazione”.

Questi vasetti plastici antopomorfi, del tipo detto “Nilo“, si diffusero in tutto il Mediterraneo alla fine del VII sec. e nel VI sec. a.C. Ne troviamo esemplari in Egitto ma soprattutto fuori dal paese, come a Rodi, Efeso, Cipro, Samo, Tebe, Cartagine, Campania, Sicilia, Sardegna, Puglia e, per l’appunto, Etruria. L’iconografia prevede uomini dai caratteri androgini e parrucca hathorica, donne con bambini sulla schiena, uomini barbuti dai tratti asiatici, personaggi con corte parrucche (come nel caso di Vulci) e babbuini che, accovacciati, tengono tra le mani una giara. Il vaso di solito è chiuso da un coperchio a forma di rana. Il liquido veniva inserito da un’apertura sulla testa, in genere a forma di fiore, e zampillava dalla bocca dell’anfibio solo se il vasetto veniva scosso o allentando leggermente il tappo.

L’ipotesi sulla natura della sostanza contenuta dà il nome stesso alla categoria. Si pensa infatti che questi oggetti servissero in origine a conservare l’acqua sacra del Nilo, proprio come le cosiddette “fiaschette del nuovo anno”, regalate come buon augurio in occasione del capodanno che, in Egitto, coincideva con la piena del fiume. In realtà, analisi scientifiche dei residui al loro interno hanno rilevato la presenza di latte e sostanze oleose; quindi, almeno in una seconda fase, i vasetti divennero unguentari per oli e profumi, a conferma di un contesto di sepoltura femminile. Da qui si capisce come la giara tenuta dalla figurina non abbia niente a che fare con birra o vino e che almeno questo oggetto non può dare alcun indizio per l’identificazione della defunta della necropoli dell’Osteria.

Verrebbe da pensare che i vasetti fossero prodotti nell’area del Delta in epoca saitica e trasportati in Europa dai mercanti. In realtà, molti studiosi credono che questa categoria di oggetti sia originaria dell’isola di Rodi nella metà del VII secolo, come reinterpretazione greca di elementi egizi, ma anche fenici. La parrucca hathorica, infatti, è legata anche alla dea cananea Astarte. Poi c’è la pelle di leopardo che è un attributo di Bes, dio rappresentato in recipienti per trucco di Nuovo Regno che sarebbero alla base di questo modello. Fra l’altro, la postura arcuata delle gambe e i piedi animaleschi della figurina appena trovata a Vulci si adattano più a Bes o a una scimmia che a un umano e per me sono un ulteriore esempio del mescolone greco d’iconografie egizie.

Vulci, scoperto un unguentario "egizio" in una tomba etrusca - Djed Medu
Source: ilgazzettino.it

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